Ella viveva nel mare con suo padre, il potente Re del Mare, con sua nonna e con cinque sorelle maggiori. A quindici anni, come prescriveva la tradizione della sua razza, poté nuotare fino alla superficie del mare e guardare il mondo sopra e oltre di esso.
Mentre fantasticava, incantata dalla visione del cielo e delle nuvole, vide una cosa enorme e stranissima: una nave. Su quello strano oggetto galleggiante ebbe modo di scorgere, inoltre, la cosa più bella che avesse mai conosciuto… un uomo.
Un ragazzo, un principe, un comandante di navi! La povera creatura se ne innamorò perdutamente, ignorando che quel solo momento di felicità le sarebbe valso una lunga condanna.
Mentre ella osservava la grande nave, il cielo lentamente si oscurò. Le nuvole coprirono il sole, i venti presero a turbinare come pazzi, fortissimo si sentiva nell’aria scura lo stridio dei gabbiani. Una tempesta si avvicinava… Il bastimento fu travolto, spezzato, affondato, ma la sirena riuscì ad afferrare il principe e a portarlo in salvo tra le onde impazzite. Avendolo visto cadere in mare, ella aveva nuotavo rapida e determinata verso di lui. L’aveva abbracciato forte e condotto a riva, al sicuro dalla violenza del mare.
Sulla spiaggia, mentre le nuvole fluttuavano lontano, finalmente innocue, e il sole ritornava visibile e caldo, la sirenetta accarezzò il giovane svenuto, parlandogli, parlandogli all’orecchio per ore, piano piano…
Ma lui non la vedeva, perché era svenuto, e lei fu costretta a lasciarlo lì, su quella spiaggia, quando le voci di altri uomini le fecero capire che era giunto il momento di nascondersi e di dimenticare il principe e tutto ciò che riguardava il mondo degli umani.
Ma lei non lo dimenticò, anzi per giorni lo sognò sospirando, desiderando ardentemente di avere anche lei un’anima – un’anima umana – che vivesse in eterno, che potesse unirsi a quella del principe e stare sulla terra prima di ascendere al cielo… Era una sirena, e nascere sirena significava morire e svanire come schiuma marina. Schiuma marina, ecco cosa sarebbe diventata! Ed ella piangeva, piangeva, perché non aveva speranza…
Eppure era una creatura combattiva e intraprendente: non poteva così cedere al proprio destino. Scelse di chiedere aiuto a un essere malvagio: scelse l’azzardo. Se qualcosa si poteva fare per cambiare un destino, ella l’avrebbe fatta! La sirenetta osò, e la Strega del Mare, essere tentacolare che viveva negli abissi, le consegnò una pozione magica, premiando così la sua fermezza. Con quel nero filtro la sirenetta avrebbe potuto avere delle gambe umane. Degli arti in grado di camminare sulla spiaggia, sulle strade, nei palazzi! Ma il prezzo fu carissimo: in cambio fu costretta a cedere la sua voce cristallina e pura, che la Strega – essere crudele e pieno d’invidia – le strappò insieme alla lingua. Altra condizione inevitabile era il dolore: camminare avrebbe significato sentire l’orrore di mille lame infilate nella carne, la sensazione di affilati coltelli piantati negli arti e sotto i piedi.
La sirenetta aveva però una speranza che cancellava ogni timore e ogni perplessità: se il ragazzo si fosse innamorato di lei, e l’avesse sposata, ella avrebbe ottenuto un’anima. Se lui avesse infine scelto un’altra, tuttavia, la sirenetta sarebbe stata condannata a morire di crepacuore dissolvendosi in candida schiuma di mare.
L’audacia la spinse a bere la pozione d’un sorso, e a raggiungere la terraferma per incontrare il suo amore. Il ragazzo, vedendola, ne fu subito attratto, scorgendo in lei una grande bellezza e tanta grazia. La sirenetta non poté parlargli, però, e impossibilitata a raccontarsi finì con l’annoiarlo. La curiosità iniziale non bastò a unirli… Il principe non poté sapere che era stata lei a salvargli la vita, ad amarlo così tanto a prima vista da impedire la sua morte. Non lo seppe allora, non lo seppe mai. Se ne allontanò, distratto da altri e più importanti cose: non era cattivo, ma cosa se ne faceva di una incomprensibile ragazza muta, malinconica e piena di mistero? Egli le voleva bene, ma era un erede al trono: suo compito era trovarsi una moglie all’altezza, senza segreti, capace di esprimersi e di essere sempre allegra, capace di amarlo non solo in silenzio ma anche a parole, capace di dirgli ogni cosa in ogni momento. Una persona a cui fare domande e da cui avere risposte: trovò quella desiderata compagna di lì a poco, in un regno vicino al suo. Si raccontava che fosse stata quella ragazza – una fanciulla di sangue reale – a trovare il suo corpo sulla spiaggia, dopo il naufragio. Egli ne fu felice: da tempo la cercava! Aveva trovato la sua salvatrice e l’amore. Ignorava quanto brutale fosse quella bugia. Il suo amore era una grande bugia! Ma lui era felice, e le nozze imminenti.
Alla povera sirenetta non restò che la disperazione. Pianse, pianse, pianse tanto, in silenzio come sempre. Le gambe le dolevano, il cuore le doleva, gli occhi le dolevano, e ogni sentimento in lei era dolente. Le sue sorelle, impietosite, cercarono di aiutarla. Le consegnarono un pugnale affatturato, reso magico dalla Strega del Mare.
Per ottenere quell’arma le cinque sirene si erano private dei loro lunghissimi capelli. Dissero alla loro sorellina di uccidere il principe con quella lama. Le dissero di non lasciarsi vincere dalla pietà, perché soltanto con la morte del principe ella sarebbe sopravvissuta, e sarebbe ritornata tra le onde. E lei per un attimo scelse di uccidere quella creatura irriconoscente, che aveva amato tanto, che aveva salvato e adorato per tanto tempo, senza ottenerne niente di niente. Voleva ucciderlo, e vendicarsi della sua ingratitudine… Ma come poteva, come poteva quel felice principe, sapere la verità e capire tutto l’amore che lei aveva sprecato per lui, tutta la sofferenza, tutto il sacrificio? No, lui non poteva sapere e non doveva sapere. Lui era bello e felice così, anche senza di lei, e a lei poteva bastare anche questo. Bastava la felicità dell’uomo che amava, e nient’altro.
Per la prima volta senza piangere, ella salì su uno scoglio, con le gambe straziate dalle solite lame invisibili, e alzò per un attimo gli occhi al cielo che non avrebbe raggiunto mai. Chiuse le palpebre, fece ancora qualche passo incerto e doloroso, e si gettò nel blu che un tempo era stato la sua casa.
Non appena toccò l’acqua, il suo corpo perse consistenza e opacità, divenne sempre più liquido e si dissolse in una miriade di spruzzi argentei. Fu la questione di un attimo. Cadendo nell’acqua azzurra, quegli spruzzi ribollirono, divennero iridescenti, poi candidi come neve, e vorticarono sulla superficie del mare: erano schiuma.
La sirenetta non esisteva più. Il suo corpo non esisteva più, ma al suo posto un pensiero… Un pensiero di bontà, che il cielo volle premiare. La sirenetta non morì: finì la sua esistenza ma non la sua essenza, e divenne una Figlia dell'Aria.
Un essere buono e invisibile, a cui qualcuno aveva fatto una promessa. Ella sarebbe volata in Paradiso, finalmente, dopo trecento lunghi anni di bontà. Sarebbe dovuta essere buona e generosa come lo era stata da sirena. Per ogni bambino buono che sarebbe riuscita ad incontrare, le sarebbe stato risparmiato un anno di attesa, ma per ogni bambino cattivo invece avrebbe pianto senza ottenere niente, anzi le sarebbe stato imposto di aspettare un giorno in più per ogni lacrima caduta in mare e sulla terra.
E questa è la storia della dolce sirenetta, di come rinunciò a tanto per amore e per amore a tanto si sacrificò.
Quando è la tua casa a ucciderti.
Quando ti manca la terra sotto i piedi.
Quando muori lontano dai tuoi perché lontano dovevi studiare.
Quando perdi in 20 secondi tutto ciò che hai.
Quando capisci che non vedrai mai più molti sguardi che amavi.
Quando sai che nessuno ha potuto proteggerti.
Quando ci metterai molto a ritrovare il sorriso.
Quando avevi due nipoti ed entrambi sono morti.
Quando non c’eri che tu, il tuo cuore e uno schiaffo profondo 5 chilometri.
Quando: “Mio figlio era là, era là, ed è morto senza di me!”
Quando il destino ti fissa da sotto terra.
Quando i cani ti fiutano da sopra le macerie.
Quando sopravvivi ma non hai più casa né famiglia.
Quando hai dormito in macchina per la paura di non svegliarti mai più.
Quando senti che in troppi se ne sono andati.
Quando non hai fatto altro che fissare il lampadario per ore.
Quando hai capito che è tutto così assurdo.
Quando ogni scricchiolìo ti terrorizzava.
Quando sei morto insieme a una città.
Quando quella città si è riempita di polvere e di silenzio.
Quando un nido di aquile è precipitato nel vuoto.
Quando te lo sentivi ma non capivi come.
Quando hai pensato: “Dio non esiste.”
Quando hai pensato: “Però dicevano di sì…”
Quando non hai fatto in tempo a pensare: “Addio, mamma e papà”.
Quando non hai avuto il tempo di piangere.
Quando non riuscivi a respirare.
Quando ti eri assopito al quinto piano e ti hanno ritrovato spento in cantina.
Quando sei sopravvissuto e non sai perché.
Quando hai rivisto la luce.
Quando hai respirato piano, per l’ultima volta.
Quando hai pensato: “Io sì e loro no…”
Quando sentirai tutta la vita quel pugno nello stomaco.
Quando saprai che niente più tornerà come prima.
Quando era buio e si alzò la polvere.
Quando il silenzio fu squarciato da un boato…
Quando pure il cielo crollò.

Catarí, Catarí... pecché mme ddice sti pparole amare?! pecché mme parle e ‘o core mme turmiente, Catarí…? Nun te scurdá ca t’aggio dato ‘o core, Catarí; nun te scurdá...
Catarí, Catarí, che vène a dicere stu pparlá ca mme dá spáseme? tu nun ce pienze a stu dulore mio?! Tu nun ce pienze, tu… nun te ne cure...
Core, core ‘ngrato... t’hê pigliato ‘a vita mia. Tutto è passato... e nun ce pienze cchiù!
Catarí, Catarí... tu nun ‘o ssaje ca fino e int’a ‘na chiesa io só trasuto e aggiu pregato a Dio, Catarí... E ll’aggio ditto pure a ‘o cunfessore: “Io stó a murí pe’ chella llá... Stó a suffrí, stó a suffrí, nun se pò credere... stó a suffrí tutte li strazie...” E ‘o cunfessore, ch’è perzona santa, mm’ha ditto: “Figliu mio lássala stá, lássala stá...!”
Core, core ‘ngrato... t’hê pigliato ‘a vita mia: tutto è passato, e nun ce pienze cchiù…

[Caterina, Caterina… perché mi dici queste parole amare?! perché mi parli e mi tormenti il cuore, Caterina…?! Non dimenticare che ti ho dato il cuore, Caterina; non te lo scordare…
Caterina, Caterina, perché vieni a raccontarmi queste cose che mi straziano? non ci pensi a questo mio dolore?! No che non ci pensi, a te… non importa. (Cuore, cuore ingrato… hai preso la mia vita. È finito tutto, e non ci pensi più!)
Caterina, Caterina… tu non sai che sono finito addirittura dentro una chiesa e ho pregato Dio, Caterina… E l’ho detto pure al confessore: “Io sto morendo per quella là… Soffro, soffro, non si può credere quanto… soffro tutti i dolori…” E il confessore, che è una santa persona, mi ha risposto: “Figlio mio, lasciala perdere, lasciala perdere…!” (Cuore, cuore ingrato… hai preso la mia vita: è finito tutto, e non ci pensi più…)]
OVIDIO, AMORES
[Lottano fra loro e tirano il mio debole cuore in opposte direzioni
l’amore e l‘odio, ma (penso) vince l’amore.
Ti odierò se potrò; altrimenti, ti amerò mio malgrado:
anche il toro non ama il giogo, eppure porta il giogo che odia.
Fuggo dalla tua infedeltà, ma mi riporta indietro la tua bellezza;
detesto la tua condotta colpevole, ma amo il tuo corpo.
Così non riesco a vivere né con te né senza di te,
e mi sembra di non sapere cosa voglio davvero.]

Vivo sotto un giglio, il mio: sei petali duri e curvi che non conoscono altro che la primavera.
Vivo sotto Saturno, che pesa sui miei giorni danzando al suono di tante lancette dispettose.
Vivo sotto i Gemelli, la mia costellazione fatta di bellezza e di vento.
Vivo sotto la pioggia di Autunno, sotto le foglie che vorticano anche da morte, e ho occhi fatti di pioggia.
Vivo sotto il segno della Mimesis, della continua imitazione di me e del mondo.
Vivo sotto il segno della Poiesis, della creazione e della demiurgia, alla continua scoperta di nuove maniere di nominare la vita.
Vivo sotto un’Ananke capricciosa e testarda, che è l’attualità necessaria del mio Destino.
Vivo sotto una perfida Hybris, il superamento del segno che continuamente è rettificato e nullificato dagli eventi: non si va facilmente ‘oltre’ se stessi.
Sono una pasionaria:
pasionaria dei gigli, accarezzati dai santi e dai re;
pasionaria di Crono, che con la sua falce distrugge il vecchio e origina il nuovo, ed è Religione del Mio Tempo;
pasionaria del Mito, che mai non nasce e mai non muore;
pasionaria di Apollo, che è arte, perfezione e noia;
pasionaria di Dioniso, che è pericolo, sfrenatezza e affanno;
pasionaria di una sola stella, che chiamano Espero o Eosforo, e che brilla alle cinque del mattino;
pasionaria del desiderio bianco e di quello nero, che combattono notte e giorno per avere il mio cuore;
pasionaria del selvaggio;
pasionaria del docile;
pasionaria della pioggia;
pasionaria dei girasoli;
pasionaria di Dante Alighieri, e di una commedia che è sinonimo di vita;
pasionaria di un Dio che mi si cela e che mi cerca;
pasionaria di una malinconia che non sa fare a meno di me;
pasionaria dell’amore gratuito, dell’odio per forza comprato;
pasionaria del cuore, che batte – violento – e che vuole essere visto;
pasionaria del mio essere femmina, come qualsiasi femmina di qualsiasi animale;
pasionaria degli alberi, dei loro rami alzati contro il cielo (desiderio o bestemmia? entrambi…);
pasionaria dell’aldilà (del bene e del male);
pasionaria dell’Anima, che vive in combutta con il Corpo;
pasionaria della Pasion (cuanta pasion!)…
Ho sempre creduto
al ritorno delle rondini…
Le aspettavo, da bambina,
ciecamente fidando nella fine
dell’inverno.
Ho sempre creduto
allo svegliarsi degli alberi,
all’aprirsi delle viole,
alla forza del sole…
Oggi so che gli alberi
seccano,
che le viole sul cemento
non crescono,
che il sole a volte soffre
anche a maggio.
Oggi so che la primavera è solo
uno stupido nome,
e che le rondini possono
morire.
Morire come tutti.
So, finalmente so, che un viaggio
d’amore
sconta
il gelo
tardivo;
che la rondine non sa mai
se vivrà,
se il suo piccolo cuore
troverà nel migrare
una ragione,
o dovrà semplicemente
fermarsi.

E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch'a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,
sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d'antico amor sentì la gran potenza.
«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d'accedere al monte?
non sapei tu che qui è l'uom felice?».
Pg XXX 73-75
« Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.
Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita;
e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.»
Pg XXX 124-32
Dante, nel Paradiso Terrestre, ritrova Beatrice.
"E il mio cuore, che già da molti anni non pativa lo sgomento della sua presenza, tremando, affranto, senza nemmeno aver bisogno di vederla attraverso gli occhi, per quella misteriosa forza che si moveva da lei, sentì dell'antico amore la gran potenza."
E Beatrice gli si rivolge, finalmente, dolce ma severa:
"Guarda qui, proprio qui! Sono io, sono veramente Beatrice. Come mai ti degnasti di salire su questa montagna? Non sapevi che risiede qui, per l'uomo, la vera felicità?"
Perché un tale gelo? Dante è ferito. Ma in fondo sa bene quanto abbia corrotto e abbandonato il ricordo di quell'unica donna che avrebbe dovuto amare e onorare. Nessuno può perdere l'amore, se non l'abbandona.
Beatrice è delusa, amareggiata, ma amica...
"Non appena raggiunsi l'età adulta, e la mia vita con la morte cambiò, questi mi privò del suo amore, e lo rivolse ad altri. Quando la mia carne si fece solo anima, e attraverso quell'anima la virtù crebbe in me, fui per lui meno cara e meno gradita; e si volse verso una strada di falsità, seguendo il richiamo di beni bugiardi che non mantengono quel che promettono."
Dante, sette lunghi secoli fa, sapeva quanto fragile potessero essere la fiducia e il rispetto, il saper ricordare, il saper amare.
Perché, perché perdiamo quelli che ci amano? Nessuno può perderli, se non li abbandona...
Epifania significa “rivelazione”.
Epifania è il momento in cui qualcosa si manifesta, si rende visibile per la prima volta ai nostri occhi. È spesso la vita che ci rivela delle cose, strane verità sugli altri e soprattutto su noi stessi. Per me vivere è un insieme di epifanie, verità che insegnano anche se fanno male.
Sono una donna fragile, a volte immatura, spesso superba, ma che – pur soffrendo di frequente e troppo per colpa sua – tiene ben calda dentro di sé un po’ di passione e tanto ottimismo. So di non essere una persona semplice, con cui agire alla leggera. Non sono vendicativa, ma non dimentico quasi mai, e niente con facilità. Eppure, in tutto ciò, sono paziente e scavo molto sotto le apparenze. So bene cosa significa mettere la testa sotto il pelo dell’acqua. Ero una bambina e cercavo di spiegarmi i problemi della mia famiglia e le lacrime di chi amavo. È questo il mio più grande male e il mio più grande bene. Una parola che banalmente chiamano sensibilità. Ecco cosa a volte penso di lei, di questa strana virtù:
“è qualcosa che può rovinare una vita intera se non la si mette sui giusti binari... Depressione, disturbi alimentari, fallimenti: sono i mostri che dormono sotto il letto delle persone sensibili. Saranno anche le migliori persone al mondo, ma spesso anche le più sfortunate! L'unica cosa che può salvarle è la gentilezza altrui, la forza interiore che riesce a riscaldarle oppure l'arte. Persone difficili, delicate, fragili, che si differenziano dagli altri come un violino da una chitarretta giocattolo...”
Tra le tante cose che dovrò imparare, c’è questo: la vita e l’anima degli uomini sono come scale. Gli scalini più bassi sono quelli più puliti; quelli più alti sono quelli più polverosi, perché vengono calpestati di rado o proprio per niente. C’è chi ama soffrire per andare sempre più su, per avvicinarsi a una perfezione umana che – si sa – nessuno può raggiungere (soltanto presunzione, quindi, ma è ingiusto schernirla). C’è chi, invece, preferisce volare basso. Ma non è – e di questo ne sono convinta – né inferiore né meno coraggioso degli altri. Si tratta di semplici scelte da accettare, da non condannare. Non vanno biasimate nemmeno quando fanno soffrire qualcuno, perché l’unica ragione di sofferenza per chiunque risiede nel suo profondo e da nessun’altra parte.
Certo, fa rabbia lo spettacolo di chi fa soffrire gli altri pur sapendo (o non sapendo) che punto o poco basterebbe per risparmiare loro quella sofferenza… Eppure la libertà è ancora un valore prezioso e imprescindibile.
Siamo creature strane, noi esseri umani. Abbiamo gli stessi bisogni ma usiamo mezzi diversi. Il fine giustifica i mezzi, ma cosa – chi? – può giustificare un fine? I mezzi. Se il fine non è giusto, non esiste mezzo che non sia ingiusto. Soltanto di questo dovrò ricordarmi.
Una persona a cui voglio bene, una parente che non vedo spesso, sa leggermi in viso se sto male o bene. Quando vede nei miei occhi un bagliore sinistro, a metà tra il rabbioso e lo sconsolato, mi prende da parte e mi dice: “Tu hai qualcosa che non va. Raccontami.” Dice che ho un’anima difficilmente imprigionabile, ma che vive perennemente in prigione. Un’anima che soffre perché vola e vorrebbe soltanto camminare… Gemelli, segno di Puer. Troppe volte ho maledetto questa mia anima, desiderandone una più semplice e più spontaneamente felice. Ma la amo, amo questo mio “profondo dentro” (Dio, quanto lo amo!). Amo anche quei posti dentro di me dove è sempre inverno, quei posti che – anche se li riempi di fiori - sono sempre impregnati d’inverno.
In fondo in fondo, oggi che sono serena, non vorrei essere diversa da come sono. Basta un filo di vento per farmi volare via, ma i miei piedi sono ben piantati per terra. Basta solo un po’ di coraggio e tanto buon senso per vivere. Se ci sono posti, dentro di noi, in cui fa freddo, basta farci bruciare un po’ di passione.
Buon anno, mondo mio. Buon anno…
Sulla nostra strada passa tanta gente.
C’è chi è cresciuto con noi, c’è chi ci ha cresciuti. C’è chi abbiamo incontrato tanto tempo fa, e non se n’è più andato. C’è chi va e viene. C’è chi abbiamo perso, e che ritorna d’un tratto senza preavviso. C’è chi ci ha voluto bene, allontanatosi su strade diverse perché doveva. C’è chi è entrato nella nostra vita solo per rompere qualcosa di prezioso: un oggetto, un sentimento, il cuore… C’è chi è venuto a noi per passatempo, perché si annoiava. Chi ci ha cercati perché sentiva di doverlo fare. C’è chi ci ha amati per un poco, chi non ci ha amati per nulla. C’è chi ci ricorda con un sorriso di tenerezza, chi ci ricorda con un sorriso di scherno. Ci sono incontri capitati per caso o per destino, capitati per scherzo o per una ragione molto seria. C’è chi ci ha trovati per capirci, chi ci ha trovati per offenderci. C’è chi ci ha incontrati per farci piangere, chi per farci ridere; chi ci ha trattati come déi, chi come esseri umani, chi come cani o come cose. Alcuni hanno visto in noi un cuore che batte, altri hanno visto in noi un pezzo di plastica da ammaccare per gioco. C’è chi ci ha coltivati dentro di sé, e chi ha lasciato che gli morissimo dentro. C’è chi ha annaffiato il nostro ricordo, e chi l’ha lasciato morire di fame o di freddo. C’è chi ci ha detto addio in silenzio, chi ce lo ha detto gridando, chi ci ha detto solo “arrivederci”…
Ma ciò che è sempre vero è questo: non possiamo pretendere ciò che ci viene negato, sempre, come se fosse un nostro diritto. Non lo è. Non ci hanno mai promesso niente, nessuno; anche chi raccontava bugie. Non c’è bugia che un cuore puro non riesca a spogliare e a vedere per quella che è. Non possiamo pretendere che ognuno ci ami o ci apprezzi ad ogni costo, o ci comprenda. Dobbiamo accettare tutto, persino il disprezzo e l’indifferenza. Sicuramente l’incomprensione. Dobbiamo accettare di essere dimenticati, e dimenticare a nostra volta. Dobbiamo essere forti ed essere buoni, essere leali e mai vendicativi. Il rancore e l’amarezza esigono un prezzo altissimo: la felicità. Non tutti gli incontri tra seme e terra hanno, per destino, quello di fruttificare. Ma l’albero non si offende se il suo seme resta sul fango gelato e la terra non l’accoglie. Se il seme muore, almeno nutrirà qualche uccellino stremato dall’inverno. Ogni incontro è niente più di questo: solo uno scorcio di paesaggio, spesso bellissimo, a volte artificiale, che non si può portare con sé se non nel cuore o in seppia…
E amen.
Miser Catulle, desinas ineptire,
et quod vides perisse, perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas, quo puella ducebat
amata nobis quantum amabitur nulla!
Ibi illa multa tum iocosa fiebant,
quae tu volebas nec puella nolebat.
Fulsere vere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non vult: tu quoque, inpotens, noli
nec, quae fugit, sectare nec miser vive,
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale, puella. Iam Catullus obdurat
nec te requiret nec rogabit invitam.
At tu dolebis, cum rogaberis nulla:
scelesta, vae te! quae tibi manet vita?
quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.
- LIBER, CARME VIII -
Infelice Catullo, falla finita con le tue follie,
e quel che vedi perduto, come perduto consideralo.
Un tempo brillarono per te luminosi giorni,
quando accorrevi sempre dove voleva la ragazza
da noi amata quanto nessuna sarà mai amata.
Allora davvero si compivano quei molti giochi d'amore
che tu volevi e che alla ragazza non dispiacevano.
Veramente brillarono per te giorni luminosi.
Ormai ella non vuole più: anche tu,
pur se incapace di dominarti, cessa di volerlo
e non inseguire lei che fugge, e non vivere come un infelice,
ma con animo saldo resisti, tieni duro.
Addio, ragazza. Ormai Catullo tiene duro
e non verrà a cercarti né ti pregherà, se tu non vorrai.
Ma tu sì che te ne dorrai, quando non ti saranno più rivolte preghiere:
sciagurata, guai a te! Quale vita ti resta?
chi ora ti si farà vicino? a chi sembrerai bella?
chi ora amerai? di chi diranno che sei?
chi bacerai? a chi morderai le labbra…?
Ma tu, Catullo, con ostinazione resisti.
EoS. monet: "Memento, puer meus,
te aureum anguem in sinu fovēre..."
(Cioè: “ricordati, ragazzo mio,
che stai scaldando in petto un serpente
d’oro…”)
Se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno a te la perdono
e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad avere fiducia in te stesso quando gli altri non ce l'hanno,
ma sempre tenendo nel giusto conto il loro dubbio;
Se riesci ad aspettare senza stancarti,
ad essere calunniato e a non rispondere con le calunnie,
ad essere odiato e a non abbandonarti all’odio,
e tuttavia a non mostrarti troppo buono - o troppo saggio;
Se riesci a sognare senza fare dei tuoi sogni i tuoi tiranni;
Se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;
Se riesci ad incontrare il Successo o la Rovina
e a trattare quei due impostori allo stesso modo;
Se riesci a sopportare di sentire le verità che tu stesso hai pronunciato
distorte dai furfanti per intrappolare gli sciocchi,
o a vedere distrutte le cose per le quali hai dato la vita,
e a umiliarti per ricostruirle con arnesi ormai logori;
Se riesci a fare un solo fagotto delle tue vittorie,
e a rischiarle in un solo colpo a testa o croce,
e a perdere, e a ricominciare daccapo
senza dire una parola su quello che hai perduto;
Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi
a sorreggerti, anche se da tanto tempo non te li senti più,
e a resistere quando ormai in te non c’è più niente,
tranne la tua volontà che ti ripete “resisti”;
Se riesci a parlare con la canaglia senza perdere la tua onestà,
o a passeggiare con il re senza perdere la tua umiltà;
Se tanto gli amici quanto i nemici non possono ferirti;
Se tutti gli uomini per te contano, ma nessuno troppo;
Se riesci a colmare il minuto inesorabile
con un inestimabile istante che dura sessanta secondi…
tu hai la Terra e tutto ciò che è in essa.
E quel che più conta…
Tu
sarai
un
uomo,
figlio
mio.